sabato 5 aprile 2008

Aprile 2008 - Leggendo le Confessioni...

Dopo un po' che non aggiorno questa pagina, è tempo di ritornare a parlare di sant'Agostino e della sua opera più conosciuta e letta: Le Confessioni. Mentre ne sto percorrendo le pagine con calma per approfondirne il senso, vorrei lasciarne una breve introduzione tratta dal volume di P. BROWN, Agostino d'Ippona (Einaudi, Torino 2005, p. 155), per invogliare qualcun altro a leggere questo testo esemplare di ricerca in sé stessi della propria ragione di essere e di vivere. Riferendo del motivo della composizione di quest'opera unica nel panorama della letteratura cristiana (almeno fino a quel tempo) scrive, infatti, Brown :

«Pur se Agostino aveva molte buone ragioni per presentarsi ai suoi compagni cristiani proprio in questo preciso momento della sua carriera, soltanto un motivo interiore, molto profondo, avrebbe potuto indurlo a scrivere un'opera come le Confessioni: stava entrando nell'età di mezzo, età che è stata considerata adatta per la composizione di un'autobiografia. Intorno al 397, Agostino aveva raggiunto uno spartiacque nella sua vita. Fin dal 391 era stato costretto ad adattarsi a una nuova esistenza, nella sua qualità di sacerdote e di vescovo. Questo cambiamento lo aveva turbato profondamente. Lo aveva intanto condotto a un ansioso esame di se stesso: una lettera scritta ad Aurelio di Cartagine dopo la sua ordinazione sacerdotale già rivela un tono simile a quello delle Confessioni (cfr. Ep. 22, 9); ed ora che era diventato vescovo, volle immediatamente sfogarsi con Paolino da Nola, prima che la «catena» del suo ufficio lo «corrodesse» (Ep. 31, 4). Ad un livello più profondo, come abbiamo testé veduto, gli ideali sui quali egli aveva sperato di edificare la sua vita, erano stati accantonati: l'ottimismo iniziale della sua conversione era scomparso, lasciando Agostino nelle condizioni di un uomo «profondamente impaurito dal peso dei miei peccati» (cfr. Conf. 10, 43, 70). Il tipo di vita che Agostino si era imposto nel fiore della vita, non poteva accompagnarlo sin nella tarda età. Egli doveva basare il suo avvenire su una diversa prospettiva di se stesso: e come avrebbe potuto conseguirla, se non reinterpretando proprio quella parte del suo passato, che era culminata nella conversione, nella quale egli aveva riposto fino a tempi recenti speranze cosi elevate?
Le Confessioni, perciò, non sono un libro di reminiscenze; sono un ansioso ripiegamento sul passato. La nota di urgenza è evidente: «Permettimi, ti scongiuro, concedimi di percorrere col ricordo presente le vie tortuose dei miei errori...» (cfr. Conf. 4, 1, 1).
È anche un libro penoso. Vi si avverte costantemente l'attrito fra l'«allora» del giovanotto e l'«ora» del vescovo. Il passato può quasi raggiungerlo: le possenti e complesse emozioni d'allora si sono allontanate solo da poco; possiamo ancora intravederne i contorni attraverso lo strato sottile di nuovi sentimenti che le ha avviluppate.»

sabato 26 gennaio 2008

Gennaio 2008 - Ad un mese dal Natale

E' trascorso ormai un mese dal Natale e mille cose sono successe.
Vorrei soffermarmi oggi su un eposodio caratterizzato dalle polemiche, contrapposizioni e censureche si sono evidenziate in corrispondenza della mancata visita del Papa Benedetto XVI all'Università "La Sapienza" di Roma il 17 gennaio 2008.
Non voglio entrare nei fatti già a lungo analizzati e discussi dalla stampa, quanto piuttosto negli antefatti che li hanno generati.
In particolare, sul piano della riflessione, un testo dell'allora Card. Joseph Ratzinger (Parma, 15 marzo 1990) e' stato preso a pretesto ed interpretato come un giudizio negativo della Chiesa sulla scienza e sulla razionalità,in quanto una frase del filosofo P. Feyerabend è stata frettolosamente attribuita al pensiero del futuro papa.
In realtà, a mio giudizio, le cose stanno diversamente.

Feyerabend infatti aveva affermato:
«La Chiesa dell'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione».
P. Feyerabend, Wider den Methodenzwang. Skizze einer anarchistischen Erkenntnistheorie, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1983, p. 206.

E il Card. Ratzinger aggiunse:
«Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande.Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica».

Questi i testi. La cronaca delle interpretazioni di certo è molto meno interessante.A mio avviso, però, un ulteriore riflessione sarebbe da considerare in questo contesto e da discutere dopo un'attenta riflessione. Si tratta di una lettera del signor Luigi Bitto di Bergamo, scritta al giornale Il Foglio e pubblicata il 17 gennaio 2008 a p.6:
«Il documento dei docenti di Fisica, che hanno interdetto al Papa l'intervento all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Roma per avere parlato male di Galileo, mi ha richiamato alla memoria uno scritto di Karl Raymund Popper del 1956, pubblicato dopo nella raccolta Congetture e confutazioni (Il Mulino, Bologna 1972, p. 170ss). In quello scritto il filosofo liberale parla, in un certo senso, male di Galileo nella maniera, come ne avrebbe parlato male il Papa. Popper, anzitutto, riconosce che lo scienziato fiorentino, sottoposto a processo dall'Inquisizione e costretto ad abiurare la propria dottrina, è riuscito storicamente vincitore e la stessa chiesa è diventata tollerante nei confronti della scienza. Popper, tuttavia, osserva che la chiesa da oltre cinquant'anni aveva utilizzato il sistema copernicano, che spiegava come mera apparenza, dovuta alla rotazione della terra il moto diurno del sole, nell'attuazione della riforma gregoriana del calendario. Tale adesione, tuttavia, riguardava il carattere strumentale della teoria, come strumento matematico più idoneo del sistema tolemaico per descrivere e prevedere i fenomeni celesti. L'inquisitore, Roberto Bellarmino, invitò Galileo a sostenere la propria opinione nei termini sopra descritti, come un'ipotesi scientifica, una congettura tra le altre cosmologie possibili; ma lo scienziato volle a un certo punto affermare che la sua non era una congettura, bensì la sola verità assoluta. Popper non riteneva di recare offesa alla memoria di Galilei, osservando che il suo interlocutore ecclesiastico, in termini epistemologici, era più avanzato di lui. Tatti i principali filosofi, che si sono successivamente occupati di teoria della conoscenza, basti citare Hume, Kant, Mach, Einstein e lo stesso Popper, hanno ridimensionato la velleità della scienza di far conoscere la verità assoluta, asserendo che la sua funzione consiste appunto nel formulare ipotesi o congetture idonee a spiegare il mondo fino a quando non incorrano in una confutazione. Per Einstein, inoltre, la teoria della relatività esclude che esista il moto assoluto, sicché in un sistema di due corpi in movimento reciproco questo può essere attribuito all'uno o all'altro, benché l'attribuzione a uno dì essi (la terra) possa essere strumentalmente più valida. Perché gli autori del documento di protesta contro la visita del Papa non leggono Popper?».

lunedì 14 gennaio 2008

Gennaio 2008 - Vivere nella verità

Il tema della verità ha sempre un posto rilevante nella ricerca di sé che l'uomo è chiamato costantemente a rinnovare ogni giorno della sua vita.
Non si tratta però di una ricerca astratta o fatta sulla base di concetti distanti dalla propria esistenza, ma di un lavoro di confronto con il proprio vivere e con il proprio operare. In questo modo la ricerca della verità diviene uno stare nella verità, un operare secondo verità, un essere veritieri nel proprio quotidiano.
Per questo vorrei riprendere un testo di sant'Agostino che mi ha molto sollecitato in questo senso.

"Chiedo a tutti: «Preferite godere della verità o della menzogna?».
Rispondono di preferire la verità, con la stessa risolutezza con cui affermano di voler essere felici. Già, la felicità della vita è il godimento della verità, cioè il godimento di te, che sei la verità (cfr. Gv 14,6) , o Dio, mia luce (cfr. Sal 26, 1), salvezza del mio volto, Dio mio (cfr. Sal 41,6). Questa felicità della vita vogliono tutti, questa vita che è l'unica felicità vogliono tutti, il godimento della verità vogliono tutti. Ho conosciuto molte persone desiderose di ingannare; nessuna di essere ingannata. Dove avevano avuto nozione della felicità, se non dove l'avevano anche avuta della verità? Amano la verità, poiché non vogliono essere ingannate; e amando la felicità, che non è se non il godimento della verità, amano certamente ancora la verità, né l'amerebbero senza averne una certa nozione nella memoria.
Perché dunque non ne traggono godimento?
Perché non sono felici?
Perché sono più intensamente occupati in altre cose, che li rendono più infelici di quanto non li renda felici questa, di cui hanno un così tenue ricordo. C'è ancora un po' di luce fra gli uomini. Camminino, camminino dunque, per non essere sorpresi dalle tenebre (cfr. Gv 12,35)".

SANT'AGOSTINO, Confessioni 10, 23, 33